‘Amorose e amorosi’: a cena da Meino al Giglio

C’è un momento in cui il crepuscolo sembra fermarsi nel tempo, attimi in cui il giorno non è più giorno mentre la notte è ancora lontana: attimi in cui la nostra mente fa fatica ad adattarsi a questo tempo di mezzo, e quasi si rende quieta e arrendevole, come in una mite attesa.

Se poi il crepuscolo è quello di un giorno di inizio estate vissuto su una della più belle isole del Tirreno, in cui alla calura del giorno subentra il fresco portato dalla brezza marina, non solo la mente ma anche il corpo si lascia andare pacatamente, in attesa degli eventi che la sera porta con sé.

Il Porto dell’Isola del Giglio poi fa tutto il resto, con la passeggiata che costeggia la darsena piena di barche quasi immobili ormeggiate in più file e, sull’altro lato, la cornice delle case basse multicolori; i piccoli negozi che espongono all’esterno la mercanzia variopinta che fronteggiano le verande dei locali, che sembrano quasi galleggiare sul mare: un insieme che dona un tocco magico al momento, prima della, seppur discreta, movida serale.

Entrati nella veranda a mare del ristorante il senso di tranquilla attesa continua, di fronte alla vista del raccolto porto del Giglio.

A riportarci alla realtà la voce decisa e argentina di Fabio che accoglie i propri ospiti: “Benvenuti da Meino, dal 1956 sulla cresta dell’onda”; non solo la sua voce, ma la sua affabilità è coinvolgente, tanto da destarti definitivamente dal senso di torpore che l’incantesimo dell’isola aveva prodotto.

E sono le illustrazioni dei piatti decantate da Fabio a trascinarti subito in un vortice di gusto in cui il pesce fa da padrone: quasi un assaggio virtuale che, come in un carosello di pietanze, ti predispone in maniera rassicurante alla degustazione vera e propria.

Come tutte le isole tirreniche, anche il Giglio ha subito influenze dei popoli mediterranei: di queste influenze ne risentono anche le tradizioni enogastronomiche dell’isola.

La preferenza dell’antipasto cade sulle sarde ripiene che ricordano da vicino le preparazioni sicule o calabresi, ma che da queste si discostano per un gusto più gentile tipico della cucina toscana: il sapore salmastro della sarda si spegne in un dolciastro umido di pomodorini che l’accompagna, per poi lasciare spazio al ripieno, che riempie la bocca con i sapori tipici della cucina delle nostre coste.

Per le bevande la scelta obbligata è per il vino tipico locale, l’Ansonaco: non solo per stima alla bellissima isola che ci ospita, ma soprattutto per la qualità di questo vino e per la sua propensione ad accompagnarsi felicemente con questi piatti.

Bianco, ambrato, di discreta gradazione alcolica offre subito un sapore secco e deciso, anche se il retrogusto è leggermente maderizzato. Un vino che richiama subito l’ambiente asciutto in cui cresce, sia per l’intensa esposizione solare del basso vitigno cresciuto sulle poste sassose dei crinali dell’isola, che per il contatto con la salsedine trasportata dai venti.

Nella pausa dopo l’antipasto, la curiosità è attratta da una grande foto in bianco e nero incorniciata e appesa alla parete della sala: un asciutto uomo di mezza età, scalzo e con i calzoni arrotolati a mezza gamba, seduto su una sedia con lo schienale posto davanti, le mani appoggiate sulla parte alta di esso, nella mano sinistra una sigaretta.

Ma quello che colpisce è l’espressione del viso che, girato dalla parte destra, sembra osservare qualcosa in lontananza o, forse, è una semplicemente espressione che nasconde un momento di riflessione, attraverso uno sguardo distratto, quasi assente.

Quella foto ha una storia che Fabio ci racconta.

L’uomo della foto è Meino, suo nonno, colui che ha avviato l’attività alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso; l’originale della foto fu notato a Parigi qualche decennio fa in una mostra fotografica da un turista frequentatore del Giglio, che riconobbe immediatamente il soggetto e fece di tutto per farsene dare una copia.

Appena possibile il turista portò al Giglio quella foto: ovviamente Meino non sapeva nulla di quella istantanea, in quanto era stata catturata a sua insaputa, probabilmente da un fotografo francese che poi l’ha usata per partecipare alla mostra.

Così quell’immagine dell’uomo di mare con lo sguardo da gabbiano ha compiuto la sua odissea: un’immagine rapita, esposta in luoghi lontani e rubata da mille occhi, torna al suo posto, sulla sua isola.

Una bella storia per una bella immagine, quasi a stigmatizzare le vicissitudini con cui gli isolani si adattano a convivere, proprio per i mille imprevisti che possono nascere dal mare che li circonda.

Il primo piatto è un tributo al locale in cui ci troviamo, lo spaghetto alla Meino, tipico trionfo dei sapori del Mare Nostrum, con la caratteristica che il condimento ruba letteralmente lo spazio alla pasta: qua, in un turbinio di piccoli crostacei, frutti di mare e molluschi minori, troviamo alcuni frutti delle piante tipiche dei nostri litorali, come l’oliva taggiasca e il cappero; il coinvolgente profumo riporta ai piatti di pasta a base di pesce a cui eravamo abituati da piccoli, mentre il sapore evoca le pietanze semplici in cui mettere un po’ di tutto e che, inevitabilmente, creano una piacevole baraonda di gusti.

Come va amorosi?” è il tipico intercalare che Fabio, da perfetto padrone di casa, rivolge ai propri ospiti durante la cena.

Nell’attesa della nuova vivanda non puoi non bearti della vista sulla rada, mentre l’imbrunire incombe lentamente e la passeggiata lungo il porto comincia ad affollarsi con un brusio di sottofondo, mai fastidioso: unico rumore percepibile complice l’assenza di autoveicoli, in quanto tutta la zona è interdetta alla circolazione.

L’attesa per il secondo è breve: un ottimo e fresco fragolino al forno, che è un piacere vedere spinato al tavolo dai ragazzi; nessun sapore viene disperso, tanto che con un tocco di maestria, una volta tolte la testa e la spina, queste vengono schiacciate dentro una tazza e il succo prodotto va a condire la polpa già sistemata sul piatto.

E’ inutile costatare la freschezza del pescato, che dapprima si sprigiona dalla fragranza e dopo si avverte al primo contatto con il palato, con la tenerezza della polpa che diventa immediatamente friabile in bocca. Il gusto che ne deriva oltre alla delicatezza quasi dolciastra delle carni, richiama la sapidità del mare e l’aromaticità delle spezie di condimento, anche quest’ultime testimoni di un’origine rivierasca; il contorno di verdure grigliate non fa che esaltare questi sapori.

La sera scende lentamente sul porto, scandita dall’alternarsi delle luci verde e rossa dei caratteristici fanali posti al suo ingresso che, come sentinelle, vigilano le imbarcazioni che entrano ed escono, ormai poche vista l’ora.

E quasi controvoglia ci accorgiamo che questa piacevole serata da Meino si sta concludendo.

Ma è di nuovo Fabio a trascinarci fuori dal pigro intorpidimento della giornata vacanziera ormai arrivata al termine: e sempre con la sua voce vivace ci racconta i dessert, con la solita dovizia di particolari che, praticamente, sembra già di assaggiarli.

La scelta cade sullo sgroppino alla vodka, giusta conclusione delle portate di pesce della serata, dove la cremosità del sorbetto al limone dal gusto lievemente acido ma dolce, contrasta con l’amaro leggero della vodka.

Il saluto finale vede Fabio apostrofarci ancora con un cordiale ‘amorose e amorosi’, espressione sicuramente sincera che non può che nascere dalla passione che ci mette nell’accogliere i suoi clienti.

Al momento di accomiatarci un’ultima occhiata va all’immagine dell’uomo con lo sguardo da gabbiano che, con apparente distacco, sembra controllare che tutto si svolga nel migliore dei modi.

Appena fuori ci attende la sera gigliese, vivace ma mai caotica, alla quale ti lasci andare come qualcosa che riconosci come familiare.

Forse è proprio quello il momento in cui ti appaga il sentirti ‘isolato’, di avere lasciato il fardello delle cose quotidiane dall’altra parte del mare, di là sulla ‘terraferma’, di avere portato con te solo le cose indispensabili: quasi solo te stesso…