Dal 12 al 15 aprile Verona tornerà a essere la capitale internazionale del vino con la 58ª edizione di Vinitaly. Ma questa volta, più ancora che in passato, la fiera sembra proporsi non soltanto come grande vetrina commerciale del made in Italy enologico, bensì come luogo in cui il settore prova a leggere sé stesso mentre cambia.
L’impianto della manifestazione lo dice con chiarezza: Veronafiere punta su un quartiere espositivo già annunciato come completo, su un incoming profilato da oltre 70 Paesi e su un rafforzamento del business B2B, dopo i più di 18.500 incontri organizzati nell’edizione 2025. È il segnale di una fiera che non si limita a confermare la propria centralità, ma cerca di interpretare i nuovi assets del mercato.
Il punto, infatti, non è soltanto che Vinitaly resti grande. Il punto è capire che cosa oggi significhi essere rilevanti nel mondo del vino. E la risposta, a giudicare dall’architettura di questa edizione, passa attraverso alcune parole chiave molto nette: NoLo, spirits, enoturismo, nuovi pubblici, internazionalizzazione, territori. Sono termini che fino a pochi anni fa avrebbero avuto un peso laterale nel racconto di una grande fiera del vino; oggi, invece, entrano nel cuore del palinsesto. Non si tratta di una concessione alla moda del momento, ma del tentativo di prendere atto che il vino non vive più in una bolla autoreferenziale: deve dialogare con nuovi stili di vita, con nuove occasioni di consumo e con una domanda sempre più mobile, ibrida e selettiva.
Il primo segnale forte arriva dai vini dealcolati e low alcohol. Vinitaly 2026 dedica a questo segmento una piattaforma specifica, la NoLo – Vinitaly Experience, collocata al secondo piano del Palaexpo, con aree espositive, wine bar e cocktail bar, degustazioni, masterclass e focus di mercato. La stessa definizione adottata dalla manifestazione è indicativa: da una parte i vini alcohol-free, con meno dello 0,5% di alcol; dall’altra i low alcohol, generalmente fino al 9% vol. Non siamo più davanti a una curiosità di nicchia, ma a un segmento che la fiera descrive apertamente come in forte crescita, capace di intercettare nuovi pubblici e nuove occasioni di consumo. È una svolta culturale prima ancora che commerciale, perché obbliga il settore a interrogarsi sul rapporto tra vino, benessere, moderazione, tecnologia e abitudini generazionali.
La questione è delicata e, proprio per questo, interessante. Il dibattito sui dealcolati divide: c’è chi li considera un’estensione necessaria dell’offerta e chi li percepisce come un allontanamento dall’identità storica del vino. Eppure il fatto stesso che Vinitaly abbia scelto di investire in modo strutturale su questo fronte dice molto. Il vino, oggi, non può più pensarsi solo come prodotto tradizionale da difendere, ma anche come linguaggio da ripensare. Il consumatore contemporaneo, soprattutto nei mercati più evoluti, chiede libertà di scelta, occasioni d’uso differenti, maggiore compatibilità con ritmi di vita, guida, lavoro, salute percepita. Il NoLo non sostituirà il vino classico, ma costringerà il settore a chiarire meglio che cosa vuole essere nei prossimi dieci anni.
Il secondo fronte di novità è quello degli spirits, che a Vinitaly 2026 compiono un salto di scala evidente. Nasce infatti Xcellent Spirits, nuovo padiglione dedicato in Hall C, realizzato in collaborazione con Gang of Spirits, pensato per mettere in relazione il mondo del vino con quello dei distillati, dei liquori, degli ingredienti e della mixology contemporanea. Nelle comunicazioni ufficiali si parla di un’intera area da 1.000 metri quadrati e di masterclass internazionali rivolte a trend e competenze del mercato globale. Anche qui il messaggio è chiaro: il vino non rinuncia alla propria centralità, ma capisce che l’ospitalità, il fuori casa e i consumi premium si muovono ormai dentro ecosistemi più larghi, dove il dialogo con la miscelazione e con il bere contemporaneo diventa strategico.
Questo allargamento agli spirits non va letto come un tradimento del vino, ma come il riconoscimento di una trasformazione profonda del mercato. Il consumatore di oggi non ragiona più per compartimenti stagni: può bere una bottiglia importante al ristorante, scegliere un cocktail di qualità in un altro contesto, partecipare a una degustazione in cantina il fine settimana, e alternare tutto questo con momenti di consumo più leggeri o analcolici. In questo scenario, la filiera del vino è chiamata a misurarsi non solo con la produzione, ma con l’esperienza complessiva del bere. Vinitaly sembra aver colto questa transizione: non più soltanto una fiera di etichette, ma un osservatorio sulle culture del consumo.
C’è poi il tema forse più allettante per l’Italia: l’enoturismo. Vinitaly Tourism, nato come nuovo format e ora consolidato, assume nel 2026 una dimensione più strutturale, con una nuova area tra i padiglioni 2 e 3, ulteriori approfondimenti al Palaexpo, incontri B2B, networking e un incoming dedicato a buyer specialistici, tour operator, travel designer e operatori dell’esperienza. Le fonti ufficiali parlano di una crescente domanda di esperienze immersive e autentiche e, soprattutto, anticipano dati molto significativi del Wine Suite Report 2026: nel 2025 il valore medio della prenotazione ha raggiunto 39,4 euro per adulto, con una crescita composta dell’11% negli ultimi quattro anni; le cantine strutturate hanno registrato un aumento medio annuo dei visitatori del 16,8%, mentre le vendite dirette sono cresciute del 21,4%. Numeri che spiegano bene perché l’enoturismo non sia più un’attività accessoria, ma una leva competitiva vera.
Per l’Italia del vino, questo è un passaggio decisivo. L’enoturismo consente infatti di spostare il baricentro dalla singola bottiglia al racconto complessivo del territorio: paesaggio, ospitalità, cultura gastronomica, relazione diretta con il produttore. In una fase in cui i consumi nei mercati maturi rallentano, far vivere il vino prima ancora di venderlo diventa una strategia di valore. Non è solo marketing: è costruzione di reputazione, memoria, appartenenza. Chi visita una cantina compra forse una bottiglia; più spesso compra una storia da portare con sé. E in questo l’Italia, con la sua densità di territori, denominazioni, borghi e cucine, parte con un vantaggio competitivo difficilmente replicabile.
Tutto questo accade, però, dentro un quadro internazionale che resta complesso. I dati OIV ricordano che il settore non sta vivendo una stagione facile. Nel 2024 il consumo mondiale di vino è stato stimato in 214,2 milioni di ettolitri, in calo del 3,3% sul 2023, su livelli che, se confermati, rappresentano i più bassi dal 1961. Nello stesso anno la produzione globale è scesa a circa 225,8 milioni di ettolitri, il minimo da oltre sessant’anni, con il peso crescente degli eventi climatici estremi. Per il 2025 si intravede un parziale rimbalzo a 232 milioni di ettolitri, ma ancora circa il 7% sotto la media quinquennale. L’OIV insiste su tre fattori: cambiamento climatico, mutamento delle preferenze dei consumatori, incertezza geopolitica e commerciale. È esattamente dentro questa tensione fra fragilità e adattamento che va letto il programma di Vinitaly 2026.
Ecco, dunque, le vere domande che questa edizione porta con sé. Come si protegge il valore del vino mentre cambiano i modelli di consumo? Come si difende l’identità senza rifiutare l’innovazione? Come si tiene insieme la profondità culturale del prodotto con la necessità di parlare a pubblici nuovi, spesso meno esperti, più intermittenti, più sensibili al prezzo e più attenti ai temi del benessere? E ancora: come si risponde alla pressione del clima, alla volatilità dei mercati, ai costi crescenti, alle incertezze del commercio internazionale, senza smarrire la qualità e il legame con i territori? Vinitaly, in fondo, non offre risposte definitive. Ma ha il merito di mettere queste domande al centro della scena.
Per questo Vinitaly 2026 si annuncia come un’edizione particolarmente significativa. Non solo perché raduna produttori, buyer, operatori e media da tutto il mondo, ma perché fotografa un settore che sta cercando un nuovo equilibrio. Il vino continua a essere identità, paesaggio, cultura, economia. Ma oggi è chiamato a diventare anche più accessibile, più flessibile, più esperienziale, più capace di dialogare con abitudini che non sono quelle di ieri. In questa prospettiva, dealcolati, spirits ed enoturismo non sono temi laterali: sono tre lenti attraverso cui osservare la ridefinizione del comparto. E probabilmente anche tre banchi di prova per capire quali imprese sapranno interpretare meglio il futuro.
La vera partita, dunque, non sarà soltanto celebrare il vino italiano, ma verificare quanto il sistema sia pronto a leggerne il cambiamento senza subirlo.
