Andare nel Penedès a a Sant Sadurní d’Anoia e non fermarsi da Freixenet è davvero un po’ come attraversare Roma senza vedere il Colosseo: non perché sia “obbligatorio” per definizione, ma perché qui si tocca con mano la dimensione industriale, culturale e commerciale che ha trasformato il Cava da specialità locale a bollicina internazionale.
Freixenet è, prima di tutto, un caso studio: una marca capace di creare icone (bottiglie, pubblicità, rituali), di rendere popolare un metodo produttivo complesso come il Metodo Classico, di far convivere, non senza contraddizioni, radici territoriali e ambizione globale.
La storia parte da Casa Sala, attività legata alla produzione e al commercio del vino, fondata nel 1861 da Francesc Sala Ferrés.
Il passaggio decisivo avviene con l’unione di due famiglie del Penedès, i Sala e i Ferrer, quando Dolores Sala Vivé sposa Pedro Ferrer Bosch nel 1911: il soprannome di Pedro “Freixenet”, che richiama la tenuta di famiglia La Freixeneda (in catalano ‘bosco di frassino), diventa identità produttiva e, nel 1914, marchio di produzione di spumante Metodo Tradizionale.
Sant Sadurní d’Anoia è conosciuta come capitale del CAVA, perché qui, nel cuore del Penedès, si è concentrata per decenni una quota maggiore di produzione, know-how e cantine storiche.
Vale però ricordare che la D.O. Cava oggi è più articolata: la produzione è in gran parte concentrata nell’area dei Comtats de Barcelona, ma la denominazione include anche altre zone della Spagna, come la Valle dell’Ebro e il Levante.
La storia di Freixenet è distinta in tre elementi chiave: export, innovazione di stile, riconoscibilità visiva.
Una prima tappa importante nella storia di Freixenet è quella del 1934 con l’apertura di un ufficio negli USA, nel New Jersey, vero e proprio avvio strutturato all’espansione internazionale.
La Guerra Civile Spagnola segnò il passo della produzione e la ripartenza arriva nel 1941 con Carta Nevada, dalla caratteristica bottiglia satinata, in breve tempo divenuta iconica.
Dal 1957 Josep Ferrer va a capo dell’azienda: importanti innovazioni per quei tempi, come la vinificazione a temperatura controllata per preservare profumi e freschezza, portano nel ‘74 al Cordón Negro, dall’inconfondibile bottiglia nera satinata.
Negli anni Ottanta, Cordón Negro diventa un fenomeno commerciale: nel 1983 risulta al primo posto negli USA tra gli spumanti importati, passaggio fondamentale per comprendere come una bollicina catalana abbia conquistato il mercato più competitivo al mondo.
Il CAVA, per disciplinare, è Metodo Tradizionale: seconda fermentazione in bottiglia, sosta sui lieviti, remuage e sboccatura, con le varianti di processo, dal manuale al meccanico.
Relativamente ai tempi di sosta sui lieviti, la D.O. prevede la tipologia Cava de Guarda (minimo 9 mesi), Reserva (minimo 18 mesi), Gran Reserva (minimo 30 mesi), Paraje Calificado (minimo 36 mesi oltre a requisiti più specifici).
Anche Freixenet lavora con le uve classiche del Cava, quali Macabeo, Xarel·lo, Parellada, sia nelle cuvée di ingresso sia in molte etichette di fascia media; alcune linee includono varietà come Chardonnay e Pinot Noir, in particolare in cuvée d’impronta più internazionale.
Sul fronte viticolo, il gruppo conta su circa 123 ettari di proprietà e su una vastissima rete di centinaia di conferitori per coprire i volumi di produzione.
Uno degli aspetti più curati in Freixenet è la comunicazione, capace di trasformare la complessità tecnica della produzione in un percorso comprensibile: la stessa visita standard in cantina diventa una vera e propria esperienza in cui, nell’arco di circa 90 minuti, si assiste a una parte introduttiva audiovisiva in una piccola sala cinematografica, si fa il percorso in cantina, comprese le cantine storiche del 1922 e tratti sotterranei fino a circa 16 metri di profondità, e, infine, la degustazione.
Oltre le già citate etichette d’ingresso, Freixenet propone cuvée di livello superiore come Reserva Real, con vinificazioni separate dei vitigni tradizionali ed oltre trenta mesi sui lieviti, collocando questo spumante nelal fascia dei Gran Reserva.
Elyssia invece ha un’espressione con taglio internazionale, dato da uve Chardonnay, Macabeo, Parellada e Pinot Noir: i primi tre provenienti dallo storico vigneto di proprietà ‘Freixeneda’, mentre il Pinot Noir da quello di Mas Bernich a Masquefa, che si trova nella parte alta del Penedès; affinamento minimo sui lieviti di 18 mesi.
Nel 2017 Freixenet lancia un Prosecco DOC con il proprio brand, operazione dichiaratamente pensata per intercettare il boom internazionale di questo spumante italiano.
Qui si apre la tua osservazione più interessante (e meno scontata): che cosa significa globalizzare la spumantistica sotto un unico marchio?
Ammettiamo che dal punto di vista industriale e distributivo è una scelta logica, con l’intento di ampliare la gamma dei prodotti, presidiare un mercato e coprire le categorie di spumante sparse a livello europeo.
Infatti, occorre precisare che, nel frattempo, la politica economica della casa spumantistica ha rivolto la propria attenzione ad altre realtà internazionali di produzione spumantistica: il passaggio chiave si ha nel 2018, quando Freixenet cede il 50,67% alla tedesca Henkell (Oetker).
Da allora si procede all’acquisizione di realtà come l’italiana Mionetto e il controllo di case spumantistiche come Alfred Gratien in Champagne, Sala Vivè in Messico, Gloria Ferrer in California: nasce così il più importante gruppo mondiale nella produzione spumantistica, con una presenza in 150 Paesi e una rete di subsidiary numerosa.
Riguardo ai volumi, Freixenet dichiara di avere ha superato solo con il proprio marchio nel 2021 la soglia dei 100 milioni di bottiglie vendute.
Se dal punto di vista industriale non c’è nulla da eccepire, dal punto di vista culturale dobbiamo però riflettere che si entra in un terreno scivoloso, proprio perché uno dei valori della produzione del vino europeo si basa sulla relazione tra nome, luogo e tradizione.
Se lo stesso brand diventa ombrello per bollicine nate in denominazioni diverse, il rischio è che il consumatore smetta di chiedersi che cosa sta bevendo davvero e torni a comprare solo “l’etichetta”, un meccanismo che i comunicatori del vino cercano sempre di superare.
Freixenet racconta una verità che nel vino a volte fingiamo di non vedere: la qualità non è solo un gesto artigiano, ma anche organizzazione, coerenza, controllo, comunicazione.
Il marchio ha avuto il merito di portare il Cava nel mondo attraverso due icone, Carta Nevada e Cordón Negro, e di rendere accessibile a un pubblico molto vasto il Metodo Classico che, per sua natura, richiede tempo e competenza.
Resta aperta la domanda: fino a che punto l’espansione globale sotto un unico nome arricchisce il consumatore, e quando invece lo allontana dal senso profondo del territorio
